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Unimpresa Ristorazione e Bar: Antonio Prestipino, se dobbiamo chiudere ci diano adeguati “Ristori”

Una boccata di ossigeno è arrivata in questi giorni per il settore ristorazione, vista la possibilità, in Sicilia, di riaprire con una flessibilità di orari che non è proprio ideale, ma se non altro consente alle attività di lavorare, al contrario di quanto accaduto quando l’isola si trovava in zona rossa. I titolari dei bar hanno potuto riposizionare tavolini e sedie, seppure fino alle 18 e i ristoranti si sono attrezzati per l’apertura a pranzo. Questa la fotografia attuale, ma non è detto che la situazione possa cambiare da un momento all’altro, visto che la scala dei contagi in Sicilia, oscilla quotidianamente senza arrestarsi e senza dare speranze sulla diminuzione della diffusione del virus, così come accaduto in Sardegna, prima regione italiana ad essere considerata “bianca”.

C’è tanto desiderio di tornare alla normalità, ma, d’altro canto, c’è anche un bisogno di riprendere in mano la propria vita per questioni di sopravvivenza: lo sanno bene, appunto i titolari del settore bar e ristorazione che a causa della pandemia da un anno ormai, procedono a stento, ostacolati da una zavorra che ha messo in ginocchio il settore.

«Alle spalle  abbiamo diversi mesi di “entrate zero” – commenta Antonio Prestipino di Unimpresa Assoesercenti ristorazione e bar -. Se si dovesse scegliere tra non lavorare e lavorare soltanto 10/12 ore e incassare la metà, è sempre preferibile questa seconda opzione, piuttosto che non avere alcun introito».

Per Prestipino è preferibile infatti una riapertura frazionata, con regole certe su orari e sulla gestione interna, come tavoli distanziati e ingressi controllati, piuttosto che queste aperture/chiusure a singhiozzo che possono soltanto danneggiare gli esercenti. «Quando un’attività come la nostra riapre, dopo una chiusura di diverse settimane – prosegue – ha bisogno di circa 15 giorni per riassestarsi  e per riuscire a colmare le spese sostenute con gli incassi. Ovviamente abbiamo tutti accumulato arretrati dovuti alla chiusura forzata di mesi, le spese ci sono state ugualmente, le bollette si devono pagare, così come le uscite già programmate. Per cui, quando si entra a regime nuovamente e, ad esempio, dopo 25 giorni viene stabilita una nuova chiusura, i danni sono incommensurabili».

Di fronte a tutto ciò in molti non hanno avuto la forza economica per poter alzare nuovamente le saracinesche poiché nel contempo, affitti, utenze e dipendenti dovevano essere pagati. «Quando si è verificata la prima chiusura tra dicembre e gennaio – racconta ancora Prestipino –  noi avevamo le vetrine colme di biscotti, dolci e altro che magari, per una settimana, avrebbe resistito, ma dopo un mese no! Per cui abbiamo a malincuore dovuto gettare via tanto cibo, compresi prosciutti, mozzarelle, pasta reale e le creme. Così si è aggiunto danno al danno: non vendiamo bulloni che possono restare nei cassetti per un anno, il nostro materiale è soggetto a deperimento».

Infine, l’imprenditore esprime molta preoccupazione per l’imminente futuro: «Oggi i contagi pare siano nuovamente in aumento, ci sono le varianti del virus, allora cosa succederà? Arriverà un decreto che ci imporrà una nuova chiusura? Per quanto tempo? Queste aperture e chiusure ad intermittenza ci creano più danno che altro, perché si andranno ad accumulare nuovi debiti e noi saremo inghiottiti da un vortice! Io ho una proposta: imponete la chiusura per sei mesi certi, ci pagate con i famosi “Ristori” per almeno il 50% del fatturato annuo ad attività, con i quali possiamo soddisfare dipendenti e utenze, così da farci sopravvivere. Poi, quando ci sarà la riapertura definitiva, le aziende saranno salve e non dovranno chiudere per sempre, come sta accadendo oggi».

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